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Se un personaggio intervista il suo autore

Aggiornamento: 8 giu 2020

Lavori a cura della classe III B


LUCIA INTERVISTA ALESSANDRO MANZONI

Lucia: Buonasera a tutti e benvenuti al “Lucia Mondella Show”! Oggi abbiamo un ospite davvero speciale. Nato a Milano nel 1785, considerato padre della lingua italiana, scrisse numerose opere come “Adelchi”, “Il Conte di Carmagnola”, “Storia della colonna infame” e, naturalmente, “I Promessi sposi”. Madame e Messeri, date un caloroso benvenuto ad Alessandro Manzoni!

Alessandro: Buonasera…

Lucia: Alessandro, vorresti parlarci de “I promessi sposi”?

Alessandro: Con piacere. Quest’opera è un romanzo storico ambientato nella Lombardia seicentesca e racconta le disavventure di due fidanzati: Lucia Mondella (tu, mia cara) e Renzo Tramaglino.

Lucia: Come mai hai deciso di ambientare la storia proprio nel Seicento?

Alessandro: Secondo me la letteratura deve educare il lettore e lo scritto deve avvicinarsi alla realtà. Ne “I Promessi sposi” critico indirettamente l’avida nobiltà e la corrotta società del mio tempo. Se avessi ambientato la storia ai giorni nostri, ci sarebbe stata una gran polemica!

Lucia: Certo. Sai, essendo un personaggio della tua opera conosco tutto. Ma una cosa mi son sempre chiesta: come mai aggiungi i tuoi commenti alla narrazione?

Alessandro: Forse tu non saprai che tutta la storia è ispirata da manoscritti, testi ed eventi del Seicento, per esempio l’epidemia di peste. Io invece ho aggiunto dei commenti che ritenevo appropriati. Infatti sono un narratore onnisciente. Per spiegarti meglio faccio un paragone. Immagina una grande minestra di tua madre Agnese. Dentro ad una minestra puoi mettere qualsiasi ingrediente: verdure, carne e legumi. È come se gli ingredienti fossero informazioni trapelate da numerosi manoscritti, informazioni diverse ed ingredienti diversi. La minestra è invece la storia, piena di personaggi e di luoghi differenti. Infine su una minestra di solito si aggiunge del formaggio grattugiato: quelli sono i miei commenti.

Lucia: Grazie mille, Alessandro. Non ho altre domande da porti. È stata una bella intervista. Gentili spettatori, vi ringrazio per la vostra attenzione e ci vediamo nella prossima edizione di “The Lucia Mondella Show”!



LUCIA INTERVISTA ALESSANDRO MANZONI

Milano, 19 luglio 1860


Notizia del giorno! La giovane Lucia Mondella scende dai monti del suo paesello Olate per recarsi presso la dimora milanese del poeta e neosenatore del Regno di Sardegna Alessandro Manzoni. Il risultato del loro incontro è un’intervista che svela tutti i segreti del suo più grande capolavoro: I Promessi sposi.

Di seguito potete leggere il resoconto di questo incontro, redatto direttamente dall’intervistatrice.

Non mi ricordavo che Milano fosse così grande. Tutti questi tetti, così alti e ricoperti di tegole rosse. Non si vede neanche il cielo tanto sono fitti! Cammina cammina, gira a destra e poi due volte a sinistra, giungo finalmente davanti alla residenza dei Manzoni. Un maggiordomo mi apre la porta e mi scorta fino allo studio del poeta dove dovrò intervistarlo. L’uomo batte tre colpi sulla porta e si sente da dentro una voce cupa e profonda gridare: “Avanti!”. Quella voce mi ricorda quella del mio rapitore, l’Innominato, e un brivido mi percorre per intero la schiena. Varco timidamente la soglia e scorgo in lontananza su una sedia a dondolo Alessandro Manzoni. Dei folti capelli grigiastri ricadono sulle sue robuste spalle e due altrettanto folte basette gli avvolgono le guance raggrinzite. Dietro sottili lenti di vetro si intravedono due occhi azzurri vispi e attenti a ciò che accade loro intorno. Le mani, rovinate dal tempo, tengono ben saldo un lungo bastone di legno che probabilmente gli serve per tirarsi in piedi.

“Accomodati, Lucia. Ti stavo aspettando”, mi rassicura prima di congedare il maggiordomo con un gesto della mano. “Siediti pure su questa poltrona, non fare complimenti!”. A passo lento faccio come mi dice e poi impugno una penna e un calamaio per cominciare a scrivere.

“Buongiorno, signor Manzoni. È un onore poterla incontrare di persona… come lei saprà io sono venuta fino a qui per farle qualche domanda riguardo alla sua opera più celebre: I Promessi Sposi”, spiego.

“Certamente! Dimmi, cosa vorresti sapere riguardo alla vostra storia?”, prosegue lui. “Dunque, mi risulta che lei abbia scritto tre versioni de I Promessi sposi, ma che, di queste, solo due siano state pubblicate. Perché?”, domando timidamente.

“Mia cara, forse non sai che scrivere un romanzo non è così facile! Inizialmente non si chiamava neanche I Promessi Sposi bensì Fermo e Lucia. Era un vero disastro! Un miscuglio di diversi dialetti d’Italia con espressioni francesi e latine, così non l’ho mai pubblicato. In seguito l’ho riscritto completamente, modificando la lingua, il contenuto e il titolo, trasformando l’opera in quella che tutti conoscono oggigiorno come la prima edizione de I Promessi Sposi. Devo ammettere, inoltre, che non mi aspettavo riscuotesse un tale successo tra la popolazione, ma non ero ancora soddisfatto del mio lavoro. Così mi trasferii a Firenze per riscrivere il romanzo nell’idioma fiorentino parlato, che era sicuramente più raffinato e colto di quello lombardo. Finalmente, nel 1840, riuscii a pubblicare quella che divenne l’edizione definitiva!”, spiega il poeta con calma.

“E cosa mi può dire dell’ambientazione? Perché proprio il Seicento?”, domando nuovamente. “Mentre io scrivevo il romanzo, gli Austriaci governavano il nord Italia, ad eccezione del Piemonte che era sotto il regno dei Savoia. Io credevo fortemente nell’unità del nostro Paese ed ero contro il governo Austriaco, ma, vivendo a Milano, vi ero sottoposto. Nel mio romanzo volevo esprimere anche il sentimento di insofferenza diffuso nei confronti di quei sovrani, ma, se avessi scritto esplicitamente 'sono contro gli Austriaci!', mi avrebbero incarcerato e avrei passato il resto dei miei giorni al fresco. Dovevo escogitare un piano per descrivere in modo meno esplicito la mia disapprovazione, fu così che ambientai il romanzo nel Seicento. In quel periodo, infatti, l’Italia era sottoposta al dominio spagnolo. Decisi così di celare gli Austriaci negli Spagnoli e di esprimere i sentimenti antiaustriaci tramite le emozioni della popolazione dell’epoca. In quel modo il mio romanzo avrebbe potuto sfuggire alla censura. Grazie a questa mia decisione l’opera divenne un romanzo storico poiché narrava di fatti realmente avvenuti, nonostante alcuni dei personaggi non fossero mai esistiti”, mi spiega Manzoni con aria fiera di sé.

“Notevole, Signor Manzoni! La seconda domanda riguarda “l’Anonimo”. Nella sua opera lei sostiene di trarre informazioni da un manoscritto detto “Manoscritto dell’anonimo”: esiste davvero questo testo?”, proseguo continuando ad appuntare su carta ogni singola parola che esce dalla sua bocca.

“No! Certo che non esiste! Pensavi davvero che un genio come me avrebbe potuto scopiazzare un’opera così meravigliosa da un altro artista!?”, esclama infuriato battendo il bastone sul pavimento. Sussulto spaventata da questa sua reazione per poi osservarlo calmarsi e proseguire: “Il finto ritrovamento di un manoscritto d’epoca era solo un espediente letterario e un altro metodo per evitare che la mia opera venisse censurata. Ogni volta che volevo esprimere disapprovazione nei confronti degli Spagnoli, e quindi degli Austriaci, annotavo che stavo copiando letteralmente una frase tratta da quell’opera e attribuivo la critica al potere ad un autore immaginario. Geniale, non trovi?”, mi domanda guardandomi con quegli occhi azzurri così penetranti. Sono letteralmente stupita da ciò che mi sta dicendo e le uniche frasi di senso compiuto che riesco a pronunciare sono: “Non immaginavo fossero serviti tanti trucchi astuti per poter pubblicare quest’opera, signore". Provo a scusarmi, mortificata: "Mi scusi se ho dubitato della sua originalità”.

“Non ti preoccupare, Lucia, sono stato talmente bravo a far credere che quel manoscritto esistesse veramente che ora tutti ne sono convinti!”, conferma ridendo. Sorrido anch’io, per poi domandare: “Non so se posso chiederglielo, ma… Perché la Signora di Monza era così irrequieta durante la mia permanenza nel convento? E perché mi ha fatta rapire?”. “Mia cara Lucia, queste sarebbero informazioni riservate all’autore e ai lettori de I Promessi Sposi, non ai suoi personaggi. Dato che siamo qui in due, però, potrei fare un’eccezione!”, bisbiglia facendomi l’occhiolino. Mi metto comoda e ascolto con attenzione la sua storia. “La nostra monaca di Monza era la figlia di un signorotto spagnolo del posto. Ella si chiamava Gertrude e fin da prima che nascesse si era deciso che lei sarebbe diventata una suora”.

“Che cosa triste!”, lo interrompo io.

“Esatto, ma non è finita qui. La povera ragazza si era anche innamorata e avrebbe voluto sposarsi, ma, come puoi facilmente immaginare, un padre avido come il suo non voleva neanche lontanamente pensare a una dote nuziale! Col passare del tempo lei divenne la vera 'Signora' del convento e un giorno si innamorò di un giovane uomo. La passione li travolse e i due si continuarono a vedere per svariati mesi. Un triste giorno vennero scoperti da una giovane che stava studiando lì a Monza e, per evitare che lei parlasse rivelando a tutti la verità, la uccisero facendo credere che fosse scappata. Nel frattempo arrivasti tu e l’Innominato, in combutta con Don Rodrigo, sapendo che eri in quel monastero, si accordò con la Signora per rapirti.

La povera Gertrude non fece una bella fine. Dopo che fu scoperto l’atroce reato e il suo amore con il giovane, venne rinchiusa in una torre per il resto dei suoi giorni. Mi ha sempre affascinato la storia di questa giovane e devi anche sapere che nella prima edizione del romanzo avevo dedicato alla sua storia ben sei capitoli! La sua vita era diventata un romanzo nel romanzo e fu per questo che accorciai la sua biografia nella nuova edizione!”, mi spiega dondolandosi leggermente sulla sedia.

“Posso farle un’ultima domanda signor Manzoni?”, chiedo appoggiando penna e calamaio sul pavimento.

“Certamente! Di che si tratta?”, acconsente lui.

“Perché, signor Manzoni, sono così timida e insicura nel romanzo?”, domando a bassa voce. Il poeta sgrana gli occhi sentendo quella frase poi spiega: “Lucia Mondella, promessa sposa di Renzo Tramaglino. Tu sei la personificazione della fede in Dio! Tu sei pura di cuore, ma, nonostante ciò, sei vittima di innumerevoli sventure. Tuo marito Renzo se l’è andata un po’ a cercare compiendo anche gesti sciocchi, ma anche a te, che sei sempre stata buona e tranquilla, ne sono capitate tante e non sapevi spiegarti il perché. Per rispondere alla tua domanda dovrò rivelarti dunque il messaggio che ho voluto trasmettere con la vostra storia, ovvero quello della Provvida Sventura: i guai capitano a tutti che lo vogliamo o meno, ma Dio ha sempre un progetto per noi e per la nostra vita! Non veniamo abbandonati e non siamo abbandonati! Basta avere fede, proprio come ne hai avuta tu. Se non ricordo male, il tuo confessore era padre Cristoforo e mi ricordo che prima di dire a tua madre dell’incontro con Don Rodrigo ne hai parlato con lui. Mentre eri prigioniera dell’Innominato, poi, hai anche fatto voto di castità alla Madonna per uscire incolume da quella disavventura e qual è stato il risultato: anche l’Innominato si è convertito ed è diventato una persona buona di cuore! Tu hai portato e avuto fede e il progetto di Dio ti ha ricompensata: tu e Renzo infatti vi siete maritati e il caro Don Rodrigo se n’è andato per sempre!”, conclude lui sorridendo.

“Molte grazie signor Manzoni per il suo tempo… È stato un piacere poterla conoscere!” Concludo alzandomi per togliere il disturbo.

“Chiamami Alessandro, cara Lucia!”, mi consiglia porgendomi la mano per salutarlo. La stringo calorosamente per poi avviarmi verso l’uscita. Mentre apro la porta il poeta esclama: “Porta un messaggio ai tuoi amici di Olate: sono i benvenuti in casa Manzoni per fare qualche chiacchiera o semplicemente per un saluto!”. Mi volto nuovamente verso di lui e sorrido dicendo: “Senz’altro Alessandro! Torneremo tutti insieme a trovarti!” e, muovendo la mano per salutarlo, esco dal suo studio per tornare a casa da Renzo.


La Signora di Monza, Giuseppe Molteni (Pubblico dominio)

GERTRUDE INTERVISTA ALESSANDRO MANZONI

Mi trovo nella residenza del signor Manzoni, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, antichi e moderni. Ad intervistarlo ci sono io, l’unica e inimitabile Monaca di Monza, creata da lui nel suo irripetibile romanzo storico I Promessi sposi, edito per la prima volta nel 1827 e ultimato tra il 1840 e il 1842.


Gertrude: Buongiorno, Signor Manzoni, che piacere incontrarla di nuovo! Sono Gertrude, la Monaca di Monza, però può chiamarmi semplicemente Gertrude.

Manzoni: Buongiorno, Gertrude… Giusto?

Gertrude: Ma come fa a dimenticarsi il mio nome, mi ha creata lei

Manzoni: Sì sì, giusto, ma purtroppo la vecchiaia gioca brutti scherzi anche ai migliori, a volte.

Agnese : (sottovoce) Modesto come al solito.

Manzoni: Può ripetere scusi? Guardi che ci metto poco ad eliminare le sue pagine dal romanzo.

Gertrude: (sottovoce) Agnese, taci! Perfetto, Signor Manzoni … Ora direi, senza indugi, di iniziare.

Manzoni: Sì, meglio.

Gertrude: La prima domanda per il Signor Manzoni è: perché scelse di scrivere un romanzo storico ambientato nel Seicento?

Manzoni: Be’, in realtà potrei enumerarle svariate motivazioni, ma non avrebbero un significato così importante come quella che sto per rivelarle. Ho scelto l’epoca seicentesca per arricchire la narrazione di una cornice che sapevo avrebbe dato una marcia ulteriore al mio romanzo.

Gertrude: Grazie! Un altro argomento sul quale mi sarebbe piaciuto avere una sua sincera e interessante risposta è: per quale motivo sentì il bisogno di ambientare la sua opera in Lombardia?

Manzoni: A proposito di questa domanda, posso ricorre a due avvincenti repliche. La prima è una ragione legata all’amor di patria: io sono nato a Milano, che, come ben sapete, è il capoluogo della Lombardia. In secondo luogo nel Seicento ci fu una grande epidemia che in Lombardia ebbe dei riscontri molto negativi sulla popolazione e mi è parso opportuno metterli in risalto.

Gertrude: Molto interessante, la ringrazio! Ho un altro quesito per lei che riguarda il mio personaggio e le precedenti stesure: perché decise di eliminare dei capitoli sulla Monaca di Monza? Le sembravano troppo tediosi?

Manzoni: Domanda molto intrigante, la ringrazio per avermela posta! Allora, comincerei col dirle che avevo elaborato molti capitoli che narravano della vita di Gertrude, perché trovavo la sua biografia alquanto intrigante e per niente tediosa. Il problema fu che in alcuni punti poteva essere un po’ troppo cruda e non adatta per alcuni lettori. In seguito mi accorsi anche che, nella prima stesura del Fermo e Lucia, la porzione narrativa dedicata alla Monaca di Monza era troppo lunga rispetto a quella relativa ai due protagonisti.

Gertrude: Perfetto! Continuiamo con questa domanda che mi è stata suggerita dai suoi ammiratori e lettori odierni: perché decise di utilizzare una lingua unitaria, in un certo senso, inventata proprio da lei?

Manzoni: Be’… che dire… a quei tempi la penisola Italiana non costituiva una nazione unita, ma era divisa in tanti stati autonomi che avevano culture e dialetti differenti. C’era ancora molta distinzione tra le classi sociali. Io volevo che la mia narrazione fosse rivoluzionaria e che ognuno, a partire dai membri dalle classi sociali più povere per arrivare ai grandi nobili, potesse comprendere la mia opera, così tentai di creare una lingua unitaria.

Gertrude: Che magnifica idea, Signor Manzoni! Se posso, vorrei farle un’ultima domanda sul conto di Gertrude, la Monaca di Monza.

Manzoni: Certo, mi chieda tutto ciò che ritiene opportuno!

Gertrude: Perfetto… Perché decise di rendere la mia vita un completo dramma segnato dal susseguirsi di molti traumi? Sa, non è stato molto bello viverla in prima persona: mi riaffiora ancora il ricordo della mia stanza da bambina che più che una cameretta sembrava un santuario.

Manzoni: Be’… mi dispiace aver reso la sua vita un completo disastro, ma era necessario per il mio romanzo.

Gertrude: Grazie, come al solito per la sua comprensione, Signor Manzoni. Ad ogni modo io procederei con gli ultimi tre quesiti.

Manzoni: Non su Gertrude, vero?

Gertrude: No, signore, ma potrei chiederle il motivo di questa sua preoccupazione?

Manzoni: Meno male, la mia preoccupazione era dovuta al fatto che non sapevo più cosa dire per farle sembrare la sua vita meno drammatica... Tralascerei questa questione, è d’accordo?

Gertrude: Sì, assolutamente. Procediamo con le domande. Molte persone, soprattutto aristocratici e borghesi, si sono chieste per quale motivo lei abbia scelto di incentrare il romanzo su due persone umili.

Manzoni: Scelsi due filatori di seta, personaggi di classe sociale umile, perché volevo che il mio romanzo portasse aria di novità all’interno della penisola italiana, facendo rivalutare alla grande nobiltà la posizione degli ultimi, mettendo in primo piano le loro qualità morali, spirituali e religiose. Volevo inoltre mettere in risalto tutti gli sgarbi e i torti che venivano fatti alle persone meno privilegiate.

Gertrude: Grazie! La prossima domanda è posta da un sacerdote, che è un suo ammiratore e un mio vecchio amico di famiglia, che le chiede: è fondamentale il ruolo della Provvidenza divina nella sua opera?

Manzoni: Certo… occupa uno spazio molto importante e, come sa bene chi ha letto il romanzo fino all’ultima pagina, dal lieto fine traspare con evidenza il ruolo della Provvidenza; inoltre io credo molto nella religione e nel Cristianesimo.

Gertrude: Bene, con molto dispiacere siamo arrivati all’ultima domanda: tutti i suoi lettori si chiedono se I Promessi sposi siano un romanzo basato anche su vicende della sua vita personale.

Manzoni: Che domanda curiosa! In tutta sincerità: no. La mia vita è stata più felice di quella di alcuni personaggi.

Gertrude: Scusi se la interrompo, ma mi sento chiamata in causa...

Manzoni: Be’, si sa, i miei genitori non mi hanno mai spinto a diventare prete… In ogni modo, concludendo la mia risposta, posso affermare che, sì, quest’opera è basata per lo più su spunti immaginari, anche se ambientati in un’epoca e in un luogo reali.

Gertrude: Grazie mille, è stato molto interessante stare qui con lei. La ringrazio e spero che, se riscriverà questo romanzo per la quarta volta, magari renderà la mia vita meno patetica! La ringrazio e la saluto, arrivederci!

Manzoni: Arrivederci a tutti.



DIALOGO SEMISERIO TRA DON ABBONDIO E ALESSANDRO MANZONI


Don Abbondio è il primo personaggio che viene nominato da Alessandro Manzoni, l'autore della storia.


«Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera de giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra».


Don Abbondio: Ma dovevi proprio farmi incontrare quei bravi?

Manzoni: Certo, era fondamentale per lo svolgimento della storia e, poi, senza qualche inconveniente dove sarebbe il bello!?

Don Abbondio: Mi fai sembrare una persona pessima perché ho accettato l'“offerta” di quei delinquenti, però tutti nella mia condizione avrebbero accettato; anche tu. E che preoccupazioni ho dovuto patire con quel Renzo che avrebbe potuto piantarmi il suo coltello tra le costole ogni volta che mi ha incontrato, ad esempio quando è venuto a casa mia per chiedermi a che ora si sarebbe celebrato il matrimonio.

Manzoni: Be', una buona persona non sei, però pessima non direi. Forse hai ragione, forse no. Riguardo a Renzo, sai molto bene che ha avuto i suoi buoni motivi per provare del risentimento nei tuoi confronti dopo quello che gli hai fatto… Devi ringraziare fra Cristoforo se il ragazzo non si è accanito contro di te: il buon frate è riuscito persino a convincere Renzo a perdonare don Rodrigo. È evidente che tutto quel che ti è accaduto è comunque colpa tua, perché sapevi benissimo che cosa sarebbe successo se avessi mentito a Renzo.

Don Abbondio: Chi, io? Ma quando?!

Manzoni: Te lo leggo, per rinfrescarti la memoria: «Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de’ calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braverìa, comune allora anche agli uomini più quieti. L’accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto.

Che abbia qualche pensiero per la testa, argomentò Renzo tra sé, poi disse: “Son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa.”

“Di che giorno volete parlare?”

“Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?”

“Oggi?" replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. “Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso.”

“Oggi non può! Cos’è nato?”

“Prima di tutto, non mi sento bene, vedete.”»

Manzoni: Hai qualcosa da dire a riguardo?

Don Abbondio: No.

Manzoni: Capisci ora?

Don Abbondio: Sì.

Manzoni: Bene, mi fa molto piacere!

Don Abbondio: Non ti sembra un po’ imbarazzante questa intervista?

Manzoni: Sì! Anzi, sembra più un interrogatorio …

Don Abbondio: … o una confessione di colpe.

Manzoni: Mi hai tolto le parole di penna.

Don Abbondio: Se mi avessi fatto più coraggioso come sarebbe stato il romanzo?

Manzoni: Molto probabilmente don Rodrigo avrebbe rapito te e allora Renzo ti sarebbe venuto a salvare, ma tu saresti riuscito a far convertire don Rodrigo, che ti avrebbe lasciato andare. Renzo sarebbe arrivato comunque come un liberatore e avrebbe ucciso don Rodrigo e sarebbe finita un po’ più tragicamente rispetto alla versione pubblicata.

Don Abbondio: Se avevi tutte queste idee perché non hai scritto un’opera su di me con questi contenuti?

Manzoni: Come, scusa?

Don Abbondio: Ma sì, dai, un'opera dove sono io l’eroe protagonista…

Manzoni: E perché avrei dovuto?

Don Abbondio: Per diventare famoso ed essere ricordato nei secoli. E per far diventare famoso anche me, ovviamente. Sai… due al prezzo di uno…

Manzoni: Scusa, ma non è già così?

Don Abbondio: Ehm... Sì? E, allora, hai qualche problema?!

Manzoni: Sì! Io sono morto e tu non esisti realmente…


DON ABBONDIO INTERVISTA ALESSANDRO MANZONI


Don Abbondio: Buongiorno, signor Manzoni, potrebbe dedicarmi qualche minuto per una breve intervista che ho preparato?

Manzoni: Sì, certo, venga pure: mi segua a casa mia.

Don Abbondio: No, non si disturbi, se vuole posso anche intervistarla qui: ci vorranno solo pochi minuti.

Manzoni: Ma, aspetti un attimo… io la… io ti... conosco: tu sei Don Abbondio!

Don Abbondio: Sì, signor Manzoni, sono proprio io.

Manzoni: Ti prego, non darmi del lei. Hai detto che devi intervistarmi? Fai pure tutte le domande che vuoi.

Don Abbondio: Non riuscirei mai a non darle del lei, maestro! La prima domanda è la seguente: a quale genere appartiene il suo romanzo?

Manzoni: Come prima cosa vorrei sottolineare che non è "il mio romanzo", ma è "il nostro romanzo" perché anche voi personaggi avete partecipato e collaborato alla sua creazione. Detto questo, molti definiscono "il nostro romanzo" come un’opera che appartiene al genere drammatico, ma in realtà è un romanzo storico.

Don Abbondio: Se posso chiederglielo, perché ha scelto proprio questo genere di romanzo?

Manzoni: Vedi, Don Abbondio, ho scelto questo tipo di romanzo perché, leggendo antichi testi riguardanti la peste del Seicento, mi sono veramente incuriosito e ho deciso di scrivere un’opera che trattasse in parte anche di questo periodo storico.

Don Abbondio: Signor Manzoni, tutti sanno che ha avuto particolare difficoltà nella scelta della lingua da adottare, come mai alla fine ha scelto proprio questa variante?

Manzoni: Come è noto ho dovuto riscrivere il romanzo più volte a causa dei miei dubbi linguistici. Alla fine ho optato per il fiorentino parlato dalle persone colte perché ritenevo che potesse rendere l’opera più vivace e meno artificiale e che fosse allo stesso tempo adatto alla nascente nazione italiana.

Don Abbondio: Ora passiamo un po’ a questioni personali… Perché ha scelto proprio di descrivermi come un individuo che si schiera sempre con il più forte? Insomma spesso mi capita di andare in giro e sentirmi insultare perché tutti pensano, anzi sanno, che io mi schiero con i potenti per non rimetterci la pelle! Non sarebbe stato meglio se questa mia debolezza fosse rimasta un segreto?

Manzoni: Certo, scusami tanto, Don Abbondio, però dovevo farlo! Mi è capitato più volte di sentirmi dire che il tuo personaggio è quello meno amato, ma che è quello descritto meglio: è anche a te e al tuo comportamento che devo il grande successo del romanzo.

Don Abbondio: Questo è un grande onore! Passiamo alla prossima domanda: spesso troviamo "l’anonimo" citato come fonte, potrebbe spiegarmi chi è questa persona.

Manzoni: A dire il vero, non l'ho mai detto a nessuno e, mi dispiace deluderti, non ho intenzione di dirlo neanche a te!

Don Abbondio: Ora vorrei chiederle un po' di informazioni sulle caratteristiche degli altri personaggi. Molti lettori dicono che sono descritti così bene che non possono essere stati del tutto inventati, è vero?

Manzoni: Certo, io non ho nulla da nascondere: gran parte dei personaggi sono stati descritti a partire da caratteristiche fisiche e caratteriali di persone che conosco.

Don Abbondio: Molti passi, nella parte finale del romanzo, sono dedicati al ruolo della Provvidenza: Lucia, la protagonista femminile, confida sempre nel Signore e nei suoi disegni, anche quando i guai le capitano addosso senza che lei se li sia andata a cercare; alla fine la sua fede viene premiata. Ha voluto tramandare questo messaggio ad altre persone per via di un’esperienza personale o semplicemente perché pensa che sia così?

Manzoni: A dire il vero non mi sono mai trovato in una situazione particolarmente pericolosa, tuttavia penso che questo messaggio sia molto profondo e significativo e ho voluto trasmetterlo anche al mio pubblico.

Don Abbondio: Grazie mille, signor Manzoni, per me è tutto: spero di rivederla presto.

Manzoni: Grazie a te, Don Abbondio. Arrivederci!

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